Parla, mia paura

copertina Parla, mia paura

Parla, mia paura è un volume breve, scritto da Simona Vinci e pubblicato da Einaudi nel 2017. 

In queste pagine, l’autrice cerca di parlare di un argomento che difficilmente si può spiegare a parole e tenta di mettersi a nudo per sensibilizzare il lettore su un male oscuro, profondo e personale: la depressione.
Per farlo, racconta la sua esperienza, le sue difficoltà, le sue vittorie e le sue sconfitte contro un dolore che risiede dentro di lei e la costringe ad essere prigioniera dei suoi attacchi di panico, della solitudine, dell’ansia, del corpo che non riesce ad accettare, del desiderio che tutto finisca. 

Il cammino dell’autrice è lungo e difficile: sfiora il suicidio, si rinchiude in se stessa, eppure quando rischia di raggiungere il fondo di quel pozzo senza nero che è la sua paura trova la forza per chiedere aiuto e cerca di rialzarsi, un passo per volta, finché non arriva ad accettare che il male esiste, che la paura è lì, può tornare sempre e lei deve imparare a conviverci, riuscendo a vivere nel presente. Per raggiungere questo traguardo l’aiuto delle parole, della lingua e della scrittura per lei sono fondamentali, quanto l’aiuto della psicanalista e del chirurgo che l’hanno accompagnata lungo questa strada difficile. 

La lingua è fortuna o destino, la lingua è divinità o demone. 

 

Conclusioni 

Tu sei la forma del buco dentro il mio cuore 

La depressione è qualcosa di intangibile: non lascia segni nel corpo e difficilmente può essere capita da chi non l’ha mai sperimentata. È qualcosa che ti divora, lentamente, ti ingloba, condiziona i tuoi pensieri, le tue sensazioni, fino a schiacciarti. Le parole non sono mai sufficienti per spiegarla, per farla comprendere agli altri, e questo problema si sente molto all’interno di questo volume. 

Posso solo immaginare quanto possa essere stato difficile per l’autrice riuscire a mettere nero su bianco tutto il suo dolore e i suoi pensieri, perché anche se in modo diverso, anche se in maniera più blanda, anche io ho sperimentato, e sperimento ancora, quel male.
Tuttavia, l’autrice sembra non volersi scoprire del tutto, cerca di fare intuire qualcosa rimanendo sulla soglia, ma non varca mai la porta, lasciando il volume in bilico tra un saggio e un diario che mostra solo la superficie del problema. 

Questo libro è complicato: difficile da capire e da leggere per le tematiche trattate, difficile da catalogare per il modo in cui è scritto.
Il racconto personale dell’esperienza dell’autrice viene affiancato da informazioni asettiche, da date e avvenimenti che allontanano dalla sua storia e rendono difficile l’immedesimazione. Poche volte ho avuto delle piccole illuminazioni, poche volte ho sentito l’angoscia che Simona Vinci voleva raccontare ma quella scintilla che aveva creato un collegamento si spegneva appena tornava a raccontare di avvenimenti storici o letterari. 

È vero, verissimo, che la paura è diversa per ognuno di noi, che quelle parole che la descrivono nel modo migliore per me possono non essere condivise o capite da altri, però mi aspettavo che questo libro mi trasmettesse sensazioni più forti. Speravo che scavasse più a fondo nell’anima dell’autrice come nella mia. 

Posso affermare che questo libro sia un buon inizio per cercare di mettersi nei panni di chi soffre, di chi non riesce ad esprimere quello che sente o, guardando l’altro lato della barricata, per cercare di aprirsi, di chiedere aiuto e di non vergognarsi della propria fragilità.
Tuttavia, per quanto mi riguarda, a parte alcune frasi che mi hanno davvero colpita, l’empatia che ho provato quando l’autrice parlava del suo corpo e di quanto le parole l’abbiano aiutata, non sono riuscita ad apprezzare questo libro quanto avrei voluto. 

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