SEGNALAZIONE – Il Divino Sequel

copertina il divino sequel

Titolo: Il Divino Sequel

Autore: Dario Rivarossa

Editore: Il Terebinto Edizioni

Genere: Fantasy

Formato: 14×22

ISBN: 9788897489450

Anno di pubblicazione: 2017

Pagine: 195

Prezzo: 15,00

Trama:
Sono gli ultimi giorni di scuola al collegio di Urbino (anno 1867) e Zvanì, come i suoi compagni, attende solo l’inizio delle vacanze estive. Invece, avventuratosi col suo amico William nella soffitta del collegio – tra statue mutile e vecchi arredi natalizi –, si imbatterà proprio in quei giorni in una sorprendente scoperta. Un antico manoscritto che si presta alle ipotesi più fantasiose dei due ragazzi.

I due amici si rivedranno solo molti anni dopo, da adulti. William decide di indagare ancora su quel documento che sembra rivelare un messaggio nascosto all’interno della Divina Commedia. Per questo, sulle tracce di Dante e di Virgilio, chiede l’aiuto del suo vecchio compagno di collegio, Zvanì, meglio noto come Giovanni Pascoli…

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Estratto:
Zvanì raccoglie il sasso da terra. Leggero lo è sul serio, perfino più di quanto sembrasse. Facendo scorrere le mani sulla superficie scura e liscia, tasta a caso sui cerchietti che le affondano dentro. A un certo punto, le voci scompaiono di colpo. Anche una lucina rossa, che sembrava un minuscolo cero votivo inserito nella roccia, si spegne. In quel momento nota un’ombra a pochi passi davanti a lui, alza gli occhi e vede un ragazzo, che sta a osservarlo con le braccia incrociate e con un’espressione in faccia difficile da decifrare, ma più o meno perplessa, come se stesse valutando una serie di ipotesi conflittuali in simultanea.
— Ciao — dice Zvanì.
— Ciao.
In quell’istante Zvanì si accorge che il nuovo arrivato ha tratti somatici che somigliano abbastanza ai suoi; del resto, i piccoli ospiti dei collegi dell’Ottocento erano un po’ tutti uguali tra loro. Abiti, ovviamente, identici. Il nuovo arrivato però ha un fisico più alto e sottile di quello di Zvanì, il quale ha l’impressione di trovarsi di fronte a uno specchio deformante in un luna park.
— Mi chiamo Zvanì… cioè, Pascoli Giovanni. Tu come ti chiami? — gli chiede dopo un’altra decina di secondi.
Per ora l’originalità dei dialoghi non è il forte di questo romanzo.
— Io sono William Di Guglielmo. — Di fronte all’aria interrogativa dell’interlocutore, aggiunge: — Mia madre è… era inglese.
— Oh… “era”… Mi dispiace.
Altro minuto di silenzio.
Poi Zvanì si accorge che gli occhi di William rimangono fissi sulla roccia che lui tiene ancora tra mano.
— Era… è tuo, questo?
— Be’… s-sì, l’avevo trovato, prima di… prima, poco fa. L’avevo posato qui perché uno mi ha chiamato, uno della mia classe, sai, un tremendo ficcanaso… perciò l’ho lasciato qui, mi sono, hmm, sbarazzato di quella piattola e sono venuto a riprenderlo.
— Dove l’hai trovato? Che cos’è?
William accenna al gesto di allungare la mano verso l’oggetto, poi la lascia ricadere su un fianco. — Senti, che ne dici se te lo racconto in privato?
Zvanì annuisce senza parlare, e protende le braccia per restituire l’oggetto al legittimo scopritore.
William possiede una cameretta personale in un’altra ala del comprensorio, segno di notevole agiatezza economica della famiglia, anche se Pascoli non aveva mai sentito nominare prima i Di Guglielmo. L’arredo interno è molto inglese: alcuni dipinti a olio con ritratti di famiglia, invece di dagherrotipi ovali; stampe naturalistiche, perlopiù raffiguranti uccelli di specie tropicali; un modellino di veliero.
I due ragazzi siedono sul letto (a proposito, sarebbe vietato agli ospiti del collegio entrare nelle camere altrui, probabilmente per timore che insorgano casi di omosessualità, ma in agosto la disciplina si allenta parecchio); uno dalla parte del cuscino, uno al fondo, posando al centro del materasso il misterioso ellissoide nero.
— Dimmi — lo esorta Zvanì, che non sta più nella pelle.
— Allora, sì, l’ho trovato nei depositi di sopra.
— La “muffa della muffa”? — chiede Zvanì abbozzando un sorriso.
William annuisce. All’ultimo piano di quell’edificio c’è un lungo corridoio, polveroso e semibuio, pieno di cianfrusaglie; i ragazzi più dispettosi, che definiscono “muffa” il collegio, hanno ribattezzato “muffa della muffa” quella raccolta di cose ancora più vecchie dei “vecchi” preti e professori, cioè gente con oltre quarant’anni. Lassù si trova un po’ di tutto: reti di letto rotte, materassi sfondati, statue mutile di santi in gesso, arredi natalizi risalenti all’incirca all’epoca dei re magi, scatoloni di libri macchiati, ingialliti e incurvati, e poi ancora pitali, e perfino un barbagianni impagliato, e chi più ne ha più ne metta. Guido Gozzano ne sarebbe incantato, ma deve ancora nascere.

Primo capitolo completo

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